Ottobre Missionario, la storia di Padre Savino Castiglione: «Una vita spesa per gli altri, è una vita spesa bene»

L’intervista al missionario margheritano, della Piccola Missione per i Sordomuti, Padre Savino Castiglione

giovedì 22 ottobre 2026 14.38
A cura di Arianna Riontino
Per la chiesa cattolica, ottobre è il Mese Missionario, un momento dell'anno per riscoprire l'importanza della missione, come esempio di amore e cura verso il prossimo. La scorsa domenica, 18 ottobre, è stata celebrata la "Giornata Missionaria Mondiale", nata per sostenere la missione universale della chiesa verso le comunità più fragili.

A Margherita di Savoia, un grande esempio di vita dedicata alla cura del prossimo, è quello di Padre Savino Castiglione, missionario margheritano della "Piccola Missione per i Sordomuti", una congregazione nata a Bologna per stare accanto alle persone sorde.

La storia di Padre Savino, che ha lasciato l'Italia per trasferirsi nelle Filippine dove ha trascorso 12 anni accanto alle persone sordomute, è un grande esempio per tutti: essere missionari significa essere presenti e mettere il proprio tempo e la propria esperienza a disposizione di chi ne ha più bisogno.

Abbiamo quindi intervistato Padre Savino, per scoprire cosa significa davvero essere missionari e per comprendere come la fede possa aiutare i bambini sordi e le loro famiglie, a sentirsi accolti e integrati all'interno della comunità.

Che cosa significa per te oggi essere un missionario? Come è nata l'idea e quando hai capito il senso della tua missione?

«Ho lasciato Margherita di Savoia per andare a Roma. Sono entrato in seminario da ragazzino, avevo appena 11 anni, all'interno di una Congregazione - Piccola Missione per i Sordomuti - nata a Bologna nel luglio del 1849 e creata proprio per stare accanto alle persone sorde. L'idea era di accompagnarle e guidarle per tutta la vita, fin da piccolissime, con un'attenzione speciale. Lì ho fatto tutto il mio percorso fino a diventare sacerdote nel '77, prendendo anche la specializzazione per insegnare ai bambini sordi alle elementari nel luglio del '73. Nel 1988 ho chiuso il capitolo insegnamento in Italia ed è iniziata la mia vera avventura: sono partito per le Filippine! Lì, in un Paese fortissimo nella fede cattolica, c'era un grande bisogno di qualcuno che si occupasse in modo specifico delle persone sorde, nell'ambito della Chiesa Cattolica perché mancava del tutto questo tipo di supporto. La Congregazione cercava persone pronte a partire e io ho detto subito di sì. Se devo essere sincero, all'inizio non è stato per niente facile! Non sapevo l'inglese e la lingua dei segni filippina era completamente diversa da quella italiana. Ci ho messo un paio d'anni per ambientarmi davvero. È stato fondamentale entrare con calma nella loro cultura e capire di cosa avessero davvero bisogno le persone sorde. Solo a quel punto ho capito fino in fondo dove mi stesse portando quella scelta e che senso avesse la mia missione».

In che modo la fede può aiutare i bambini sordi e le loro famiglie a sentirsi accolti e integrati all'interno della comunità?

«Devi considerare che per una persona sorda la parola "fede" non ha lo stesso significato che ha per noi udenti. Manca spesso tutto quel bagaglio di parole e concetti astratti per spiegarla a fondo. Per loro, credere o avere fede significa soprattutto trovare un Dio che risponda ai bisogni di tutti i giorni. Per questo, come missionario, la prima cosa da fare è prendersi cura delle loro esigenze concrete. Prima di tutto devi umanizzare la persona, poi pensare a cristianizzarla. Prima viene l'istruzione, e subito dopo l'evangelizzazione. Quando una persona sorda e la sua famiglia vedono qualcuno venuto da lontano che si dà da fare per il loro bene, fisico e spirituale, è lì che la fede prende forma e diventa reale. Diventi il riflesso della persona del Padre. È proprio sentirsi amati e supportati in questo modo che li fa sentire davvero accolti e parte della società. Io lo dico sempre che prima di tirar su una chiesa, bisogna costruire una scuola! È l'istruzione la vera chiave per dare a tutti una vita dignitosa. E se questo vale per tutti, a maggior ragione per i ragazzi sordi».

Che consiglio daresti a un giovane che vorrebbe entrare a far parte del mondo della missione e aiutare gli altri?

«Non è facile riassumere tutto in poche parole, perché è un mondo gigantesco. Però una cosa la posso dire: lasciare le proprie certezze, uscire dal "porto sicuro" e mettere il proprio tempo e la propria esperienza a disposizione di chi ha bisogno...beh, ti ripaga di qualsiasi sacrificio o rinuncia! E guardate che non serve per forza farlo per motivi religiosi, si può essere missionari anche solo per il piacere di far del bene agli altri. Viene chiamata: filantropia. La gioia profonda che provi quando cammini fianco a fianco con le persone - non davanti, non dietro, ma proprio insieme - è qualcosa di inestimabile. Una vita spesa per gli altri è semplicemente una vita spesa bene. Uscire dal proprio guscio ti fa rivedere tutte le priorità e convivere con altre culture ti fa capire quanto sia bella la diversità. La felicità e la serenità che ti porti dentro dopo un'esperienza del genere sono contagiose: provare per credere! Ti lascio con un'idea che mi è venuta dopo i miei 12 anni nelle Filippine: ai responsabili dei seminari proporrei di far fare a tutti i futuri sacerdoti, due anni di missione sul campo prima dell'ordinazione. Ci guadagnerebbero tutti: la Chiesa, i fedeli e soprattutto i futuri sacerdoti!».